13/11/2008

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basta abbassare la testa!

determinatamente

 

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11/11/2008

ricordiamoci: l'imbecille è in ognuno di noi. Belli e giovani...

"No all'ammazza blog" di Antonio Di Pietro | 10 Novembre 2008
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05/10/2008

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30/09/2008

di-fusione di luce propria

Da 16 anni, dal 19 luglio del 1992, i manovratori delle luci hanno fatto calare le tenebre attorno alla scena della strage. Sono rimasti solo i riflettori accesi sul numero 19 di via D'Amelio. Con una luce forte, accecante, in maniera che gli occhi, colpiti da quella luce, non riescano a distinguere quello che succede attorno, in mezzo alle tenebre. Buio sul castello Utveggio, su via dell'Autonomia Siciliana, buio sul golfo di Palermo, sull'Arenella, sull'Acquasanta, le tenebre coprono tutto, si può solo sentire ogni giorno, alle 17, il suono delle sirene che arriva da via dell'Autonomia Siciliana, le macchine blindate che sbucano d'improvviso da quelle tenebre in una via che dovrebbe essere sgombra, dove dovrebbe essere vietato fare sostare le macchine e che invece ne è tanto piena che, una volta entrati, se ne può uscire solo a marcia indietro. Ogni giorno, alla stessa ora, il giudice scende dalla macchina lasciando la sua borsa di cuoio sul sedile posteriore, deve solo suonare il campanello della casa di sua madre e dirle di scendere perché deve accompagnarla dal cardiologo. Tutti gli uomini e l'unica donna della sua scorta scendono insieme a lui e gli si fanno attorno, non hanno che il loro corpo per proteggerlo. Il giudice suona il campanello e non si capisce se riesce a pronunciare qualche parola prima che l'esplosione di centinaia di chili di tritolo, anzi di Semtex, l'esplosivo usato dai militari, scateni l'inferno. Antonino Vullo, l'autista della macchina del giudice, è restato dentro l'auto, sta facendo la manovra per essere pronto a ripartire appena il guidice ritornerà tenendo per il braccio la madre. Un'onda di calore lo sbalza all'indietro ma la macchina è blindata e resiste all'onda d'urto. Ogni giorno, alla stessa ora, scende ferito e intontito dalla macchina e camminando sente sotto i piedi delle cose molli, sono i pezzi dei suoi compagni, cammina con i piedi in mezzo alle pozzanghere, è il sangue dei suoi compagni, del suo giudice, insieme ai quali, da allora, continuerà a desiderare di essere morto per non dovere rivivere ogni giorno ed ogni notte, nei suoi terribili sogni, sempre la stessa scena. Il giudice viene tagliato in due, il troncone del suo corpo viene sbalzato tra quel che rimane della cancellata e la facciata crollata del palazzo. Dei corpi dei ragazzi che lo proteggevano non rimane quasi nulla, una mano vola ogni giorno in alto, in una sequenza senza fine, e si ferma su quello che è rimasto su un balcone del quinto piano. La madre del giudice sa che è scoppiata quella bomba che tutti sanno, da due mesi, servirà per eliminare, dopo l'altro giudice, anche suo figlio, ma, per pietà, il suo cervello le fa credere che siano scoppiate le tubature del gas ed allora, a piedi nudi, corre per le scale, cerca di arrivare all'esterno, scende per quattro piani in mezzo alle macerie, alle vetrate distrutte, ma arriva giù senza un graffio. Forse suo figlio, prima di andare via per sempre, la prende in braccio e la porta giù, dolcemente e, quando passa vicino al suo corpo, le chiude gli occhi per non farle vedere quello che è rimasto di lui, quello che è rimasto di Emanuela, di Agostino, di Claudio, di Vincenzo, di Walter. In ospedale, dove la porta un pompiere che la raccoglie dalle braccia del giudice, dirà di non avere visto niente di quell'inferno che c'era davanti al numero 19 di via d'Amelio, di non avere visto il corpo di suo figlio, di non avere visto il sangue che riempiva la strada. Ogni giorno alla stessa ora, qualcuno, dal Castello Utveggio, vede distintamente il giudice che sta per premere il pulsante del citofono e preme il pulsante del telecomando che scatena l'inferno, il castello ora è immeso nelle tenebre ma da lassù l'ingresso del numero 19 di via D'Amelio si distingue chiaramente, illuminato dalla luce accecante dei riflettori ed è facile sincronizzare il comando al momento in cui viene premuto il campanello e non lasciare scampo al giudice ed agli uomini della sua scorta. Ogni giorno, alla stessa ora, il Cap. Giovanni Arcangioli si avvicina alla Croma blindata del Giudice e prende la borsa di cuoio che contiene l'agenda rossa, o è qualcuno a porgergliela, in mezzo alle fiamme ed al fumo non si distingue bene, ma poi si allontana con passo sicuro, guardandosi intorno, verso via dell'Autonomia Siciliana dove c'è qualcuno ad aspettarlo Quell'attentato è stato preparato anche per potere avere in mano quell'agenda. Nell'allontanarsi dalla macchina calpesta gli stessi pezzi di carne, lo stesso sangue che ha calpestato l'agente Vullo, ma dal suo viso non traspaiono emozioni, forse ha un preciso incarico da compiere, è come essere in guerra, e in guerra le emozioni devono essere controllate. Arriva in Via dell'Autonomia Siciliana ma qui le luci dei riflettori che illuminano la scena della strage non arrivano, c'è il buio, il buio assoluto e non si riesce a vedere a chi il Cap. Arcangioli consegna la borsa e chi ne estrae l'agenda rossa del Giudice. Vediamo solo, ancora sotto la luce dei riflettori, qualcuno che un'ora dopo riporta la borsa, ormai vuota di quell'agenda che potrebbe inchiodare gli assassini del Giudice e chi aveva interesse ad eliminarlo,, sul sedile posteriore della macchina blindata. Sono passati 16 anni e ogni anno, al 19 di luglio, arrivano i padroni dei tecnici delle luci, portano delle corone, le appoggiano alle cancellate, si fanno fotografare, e intanto sorvegliano che tutto vada come previsto, che i riflettori siano sempre accesi con la loro luce accecante sul luogo della strage e che tutto intorno sia tenebra, che niente si riesca a vedere di quello che è successo, di quello che succede, intorno al luogo della strage. Ma i tecnici delle luci possono controllare solo i riflettori, non possono controllare il cielo e ogni tanto, nel buio, qualche lampo arriva a squarciare le tenebre e lascia intravedere anche se solo per un attimo, quello che loro non vogliono farci vedere, quello che non dobbiamo, non possiamo vedere, non possiamo sapere perché su di esso sono fondati gli equilibri e i ricatti incrociati che tengono in piedi questa seconda repubblica, questo nuovo regime fondato sul sangue delle stragi del 1992. Ecco un lampo che squarcia le tenebre. Sono le 7 del mattino del 19 luglio, in via Cilea, a casa del Giudice che è in piedi dalle 5, arriva una telefonata del suo capo, Pietro Giammanco. Non gli ha mai telefonato a quell'ora, e di domenica, non lo ha avvisato di un rapporto del Ros in cui si rivelava che era arrivato a Palermo un carico di tritolo per l'attentato al Giudice che ha potuto conoscere la circostanza per caso, all'aereoporto, incontrando il ministro Scotti, e che sui motivi di questa omissione con il suo capo, ha avuto un violento alterco. Non gli ha ancora concesso, da quando è rientrato da Marsala prendendo le funzioni di Procuratore Aggiunto a Palermo, la delega per condurre le indagini in corso sulle cosche palermitane e, in conseguenza, la possibilità di interrogare senza la sua espressa autorizzazione, pentiti chiave come Gaspare Mutolo. Ora, il 19 luglio, quando la macchina per l'attentato è già posteggiata davanti al numero 19 di via D'Amelio, gli telefona per dirgli che gli concede quella delega e gli dice una frase che, oggi, suona in maniera sinistra "così si chiude la partita". La moglie del Giudice, Agnese, lo sente urlare al telefono e dire "no, la partita comincia adesso" e lo stesso giudice, qualche tempo prima, aveva confidato al maresciallo Canale, che lo affiancava nelle indagini, che "in estate avrebbe fatto arrestare Giammanco perché dicesse cosa conosceva sull'omicidio Lima", dal recarsi ai funerali del quale lo stesso Giammanco venne dissuaso solo all'ultimo momento da un procuratore. Ecco un altro lampo, è ancora il 19 Luglio e si vede il Giudice nella casa in cui si trasferisce in estate, a Villagrazia di Carini che invece di dormire per una mezzora, come è solito fare dopo aver mangiato, continua a fumare nervosamente tanto da riempire un portacenere di mozziconi, e intanto scrive sulla sua agenda rossa, poi prende la sua borsa di cuoio, vi mette dentro l'agenda e il pacchetto di sigarette, saluta i suoi, e parte con la scorta verso il suo ultimo appuntamento, quello con la morte che, dopo la morte di Giovanni Falcone, ha sempre saputo che sarebbe presto arrivata, tanto da continuare a dire a sua madre e a sua moglie "devo fare in fretta, devo fare in fretta". Ecco un altro lampo e in mezzo alle tenebre che circondano il castello Utveggio si vede qualcuno in attesa, ecco che arriva una telefonata sul suo cellulare ed allora punta il binocolo sul portone al numero 19 di via d'Amelio, vede scendere il giudice dalla macchina blindata, lo vede alzare la mano verso il pulsante del citofono e allora preme un altro pulsante di un telecomando che stringe nella mano e subito si vede una colonna di fumo e si sente un boato ed allora, dopo avere osservato in mezzo al fumo, per un attimo, gli effetti dell'esplosione, prende il cellulare fa un numero e dice appena qualche parola. Poi il baleno provocato dal lampo finisce e tutto ripiomba ancora nelle tenebre. Ecco un altro lampo, e si vede una barca nel golfo di Palermo, è piena di uomini, ma non sono persone qualsiasi, appartengono tutti ai servizi segreti così che le loro testimonianze potranno, dovranno essere tutte concordi. E' quasi l'ora dell'attentato e tutti sono in silenzio, sembrano attendere qualcosa. Poi si ode, attutito dalla distanza e dalla montagna un tremendo boato, e dalla parte di Palermo verso il monte Pellegrino si vede alzare una alta colonna di fumo e quasi subito dopo arriva una telefonata. Il giudice è morto, quel maledetto ostacolo sulla via della trattativa è eliminato. Dai telefoni cellulari sulla barca partono altre telefonate concitate poi il motore viene acceso e la barca riparte velocemente verso il porto. Per chiunque, in Italia, sono passate dalle quattro alle cinque ore prima di sapere che il giudice era morto, che quella morte annunciata era arrivata, ma per chi stava su quella barca sono bastati solo centoquaranta secondi per sapere tutto. Ma ora il baleno provocato dal lampo è finito e tutto è ripiombato nelle tenebre. Un altro lampo, ma stavolta è troppo di breve durata per capire se è veramente Bruno Contrada quell'uomo che si aggira in via D'Amelio subito dopo la strage come due capitani del Ros, Umberto Sinico e Raffaele del Sole affermano di avere saputo dal funzionario di polizia Roberto Di Legami che riportava a sua volta una relazione di servizio, poi distrutta, di alcuni agenti accorsi sul lugo della strage. Ancora un altro lampo che squarcia per poco tempo le tenebre. È la fine di Giugno e si riesce a vedere Vito Cianciminio che consegna al Cap. De Donno e al Col. Mori un foglio scritto a mano, il papello di Riina, con le dodici richieste del capo della cupola per fermare l'attacco al cuore dello Stato. Un altro lampo, è il 1 di Luglio e si vede il giudice al ministero, davanti alla porte di Mancino, per un incontro a cui è stato chiamato dallo stesso ministro mentre stava interrogando Gaspare Mutolo. Il giudice ha annotato questo appuntamento nella sua agenda : 1 Luglio, ore 19 : Mancino, ma la luce provocata dal lampo si esaurisce e non riusciamo a vedere chi c'e' dietro quella porta ad aspettarlo e che cosa gli viene detto. Dall'agitazione del giudice quando torna ad interrogare Mutolo si può solo immaginare che gli viene detto che lo Stato ha deciso di aderire alla richieste contenute nel papello e la reazione del giudice che deve essere stata violenta e sdegnata tanto da non lasciare spazio, per concludere la trattativa, ad altra possibilità se non quella di eliminarlo, ed eliminarlo in fretta, ma le tenebre sono troppo fitte per vedere qualcosa e solo Mancino ci potrebbe dire, se guarisse improvvisamente dalle sue amnesie, che cosa accadde veramente in quella stanza. Altrimenti potremo solo aspettare, se mai avverrà, che una serie continua di lampi squarci le tenebre ed allora potremo veramente vedere quali e quanti mani, tra quelli che oggi godono i frutti dei nuovi equilibri raggiunti, siano lorde del sangue delle stragi del 92 e di quelle altre stragi che, nel 93, furono necessarie prima che la trattativa venisse conclusa. Salvatore Borsellino.

vivo finchè avrò voce

«Dovete indignarvi, c’è bisogno che vi indignate!», grida il fratello del magistrato ucciso 16 anni fa. «Qui dentro siete in tanti ad ascoltarmi, ma là fuori c’è un popolo senza memoria, un popolo di servi che ha il governo che si merita, e che la mafia l’ha portata direttamente al potere, per cui oggi la mafia non ha più bisogno del tritolo, i magistrati scomodi li fa rimuovere come nei casi De Magistris e Forleo. Ed io finché avrò vita non mi stancherò di denunciare la vergogna di questo nostro disgraziato paese!». «Dopo la strage di Capaci in cui fu fatta saltare un’autostrada per uccidere Falcone, Paolo sapeva bene di dover morire anche lui. Per questo, in quelle poche settimane intercorse tra i feroci omicidi dei due magistrati siciliani, mio fratello non faceva che lavorare febbrilmente dormendo solo poche ore al giorno. Si alzava alle 5 ("per rubare un paio d’ore al mondo", diceva), e quando usciva di casa i figli dormivano; quando poi tornava a notte fonda, i figli dormivano di nuovo. Non li vedeva mai, ed era meglio così: pensate che non faceva neppure le coccole alla figlioletta, di proposito, per rendere meno straziante per la bimba il momento del distacco definitivo. Lui lo sapeva che sarebbe stato ucciso. “Giovanni è la mia assicurazione sulla vita”, diceva, perché sapeva che prima sarebbe toccato a Falcone, ma adesso l’amico non c’era più, ed ora anche lui era condannato a morte. Ma anche qualcun altro lo sapeva, all’interno della politica e della magistratura. I suoi superiori erano al corrente che il tritolo era già arrivato in Sicilia, e forse sapevano anche a chi era destinato. C’è gente che dovrebbe morire dietro le sbarre per quello che ha fatto! E ci fu un colloquio tra Paolo e l’allora ministro Mancino, un colloquio che aveva innervosito moltissimo mio fratello. Be’, lo sapete? Mancino sostiene di non ricordarsi di quel colloquio, visto che al tempo riceveva... molti magistrati. Ma ci si può dimenticare di avere parlato con Borsellino dopo l’omicidio di Falcone? Ve lo dico io come sono andate le cose, non ho paura a dirlo: lo stato era sceso a patti con Cosa Nostra, ma Paolo Borsellino non ci stava, si è messo di traverso e “doveva” essere fatto fuori! In via D’Amelio, che è un budello (per uscire con la macchina bisogna fare marcia indietro), ci andava spessissimo, perché ci abitava nostra madre: quel 19 luglio Paolo, che era legatissimo alla mamma, doveva accompagnarla dal cardiologo. Ebbene, sono riusciti a dire che “non se l’aspettavano” un attentato proprio lì, non lo consideravano un luogo a rischio! E’ una vergogna. E un’altra vergogna è che nel luogo da cui è stato azionato il tritolo, operavano uomini dei servizi segreti sotto la copertura di un ufficio finanziario. Ecco perché non li prenderanno mai, ecco perché mio fratello non avrà giustizia, perché lo stato non potrà mai processare se stesso. E’ lo stato che ha ucciso mio fratello Paolo!». «Dopo l’uccisione di mio fratello, in Sicilia vivevamo in un clima febbrile e quasi di speranza. Se quell’omicidio fosse servito a scuotere le coscienze, come sembrava in un primo momento (con i politici locali e nazionale presi a calci e a sputi dalla gente inferocita), sarei stato pronto a ringraziare il Signore per avermi portato via mio fratello. Se il suo sacrificio fosse stato indispensabile per salvare la nostra terra dalla piovra mafiosa, lo avrei accettato serenamente. Ma Paolo l’hanno ucciso due volte! I suoi superiori, alcuni dei quali chiaramente implicati nel complotto politico-mafioso, sono stati promossi a incarichi importanti e di prestigio, i magistrati che continuano le indagini di Paolo vengono rimossi o ostacolati in mille maniere, la mafia non è sparita – come ha avuto l’impudenza di dire qualcuno – ma è andata direttamente al potere. E il popolo ha la memoria molto corta e labile. Instupidito dalla televisione, è un popolo di schiavi che è stato capace di votare Berlusconi e quell’accozzaglia che chiamano la destra, in cui ci sono tanti amici dei mafiosi o persone che li frequentavano, come lo stesso presidente del Consiglio e come il presidente del Senato Schifani, uno che adesso dice che non sapeva che erano mafiosi quelli che cui dialogava, ma in Sicilia lo sapevano tutti! E l’opposizione non esiste più; quella che si presenta in Parlamento come tale è guidata da un omuncolo che in campagna elettorale non l’ha nemmeno nominato, Berlusconi, per non attaccarlo! Ma come si fa! E la stampa è ormai tutta omologata, i giornali non si distinguono più uno dall’altro, hanno tutti gli stessi titoli. Se perfino Repubblica getta discredito sulla Forleo titolando: “Clementina in lacrime davanti al CSM”, mentre lei si era commossa quando le hanno chiesto dei genitori, probabilmente assassinati anche loro dalla criminalità organizzata, allora chi legge solo i titoli si fa un’idea della realtà completamente distorta, e questo significa che la stampa è stata completamente asservita». «E io finché avrò vita – conclude Salvatore Borsellino fra gli applausi vibranti di un pubblico partecipe ed emozionato – non smetterò mai di dire LA VERITA ’. Da ragazzo me ne andai dalla Sicilia, e quando Paolo scrisse che si pentiva di essere stato “indifferente” fino ai 40 anni, potete immaginare come mi sento io di fronte a queste parole [la voce gli si spezza, ndr]. Sono stato zitto per tanti anni anche dopo la morte di Paolo: non certo per indifferenza, ma per il dolore e poi la delusione di vedere come il sacrificio di mio fratello non fosse servito a nulla. Ma adesso non smetterò più di parlare: nelle scuole, nelle piazze, in aule come queste. Finché avrò voce. Finché saro vivo!».

08/09/2008

DIFFUSORI

AL DI LA' DI CHI L'HA SCRITTA VORREI DIRE CHE TUTTI SONO UNITI PER NON FAR SAPERE, NON DIVULGARE, TENERCI ALL'OSCURO...NOI NON ABBIAMO 5 TV, NUMEROSI GIORNALI, IL GOVERNO...ABBIAMO LA RETE: CIO' CHE POSSIAMO FARE E' DIFFONDERE 

Margherita Hack ha inviato la seguente lettera:

"A Micromega: lo scorso luglio ho mandato una lettera aperta a Napolitano a Corriere, Stampa, Repubblica, Unità e Piccolo di Trieste. Che io sappia nessuno l’ha pubblicata.

Lettera aperta al Presidente Napolitano

Caro Presidente,
ho sempre avuto grande stima per Lei e per la sua lunga militanza democratica. Perciò non capisco come abbia potuto firmare a tambur battente una legge indegna di un paese democratico come il lodo Alfano. Lei dice che la sua firma è stata meditata, e forse intendeva dire che lo considerava il male minore. Ma io, e come me molti italiani che hanno ancora la capacità di indignarsi di fronte alle violazioni della Costituzione da parte di una destra arrogante, non capiscono come sia possibile varare una legge apertamente incostituzionale. La Costituzione afferma che tutti i cittadini sono eguali davanti alla legge, e quindi anche senza essere giuristi, non si capisce come quattro cittadini siano più eguali degli altri (e migliaia meno eguali, come i clandestini, che, se delinquono subiscono un aggravio di condanna). Scandalizza l’impudenza di Berlusconi, che appena varata la legge esclama: finalmente libero dalla persecuzione della magistratura. Non si configura in questa frase un oltraggio alla magistratura?
Per quanto ne so, Lei aveva trenta giorni di tempo per firmare, poi avrebbe potuto rimandare alle camere la legge per sospetta incostituzionalità, e solo dopo il secondo riesame avrebbe dovuto comunque firmarla.
Io credo che per amor di pace non si debba essere troppo acquiescenti con una destra antidemocratica. E’ già successo una volta, ottantasei anni fa."

Margherita Hack

(8 settembre 2008)

14/08/2008

pubblico un'opinione di M.G. (detto Nanni)

...Penso che l'opposizione sia divisa a metà, o il letargo o l’autodistruzione. Ma trovo più grave che in Italia non ci sia un’opinione pubblica. Mi ripeto, ma non è colpa mia. Nel 1994 Previti, che oggi ha una condanna definitiva come corruttore di magistrati (e per chi se non per Berlusconi?) era designato a fare il ministro della Giustizia, bloccato però dal presidente Scalfaro, si accontentò poi della Difesa. Ora, la cosa è sempre quella: in ogni altro paese d’Europa, l'opinione pubblica avrebbe “punito ”il referente politico, che invece è stato ancora premiato. Non solo, gli viene permesso di continuare nel suo strapotere massmediale. Errore madornale della sinistra, non fare la legge sul conflitto d'interessi...

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13/08/2008

un mondo d'amore

Un mondo d'amore

C'è un grande prato verde187888763.JPG

dove nascono speranze

che si chiamano cagnotti

Questo è il grande prato dell'amore.

Uno non tradirli mai, han fede in te

Due non li deludere, credono in te

Tre non farli piangere, vivono in te

Quattro non li abbandonare, ti mancheranno

Quando avrai le mani stanche tutto lascerai

per le cose belle ti ringrazieranno

piangeranno per gli errori tuoi

http://parma.repubblica.it/dettaglio-inviato?idarticolo=r...

UN MONDO D'AMORE (VICINI VICINI) la storia CARA (50€) di cagnolini allegri ora assai preoccupati per le loro sgamabate e soprattutto su dove potranno portare i lori 2 zampe a rilassarsi dopo il lavoro.C'è un grande prato verde dove

inviato da tillie

il 13 agosto 2008 alle 18:51

Sono Tillie, ogni giorno mi reco nel parco vicino a casa, a Parma, con i miei tati. Accompagno nelle loro ore d'aria i miei compagi di vita. Al mattino vado col Papi a prendere il giornale. Ultimamente c'è però qualcosa che ci turba, uomini-falchi in borghese che aspettano appostati dietro alberi da pipì che uno di noi si avvicini per "far cassa". Io e il mio Papi siamo molto corretti, certo è che un quotidiano così salato non ce lo possiamo permettere. in più credo che il problema sicurezza andrebbe affrontato diversamente: più potere ai sindaci dice il ministro Maroni...ma com'è che questi solerti tutori dell'ordine sono vestiti da borghesi e colpiscono sopratutto quasi esclusivamente cani di piccola taglia (e non controllano le razze ritenute ancora pericolose...alle quali forse per quello non si avvicinano?) e non fanno lo stesso nelle vie del centro supermarket dello spaccio? Vogliamo una città più pulita: ma non solo dalla nostra pupù. Sig. Sindaco sappiamo che anche tu hai accolto fra le braccia zampotte che chiedono un ora d'aria in libertà, non lasciare che una difficoltà in più precluda una famiglia a noi cuccioli donatori d'amore! Ascoltaci: raramente alziamo la voce e sempre in modo da ravvivare il cuore mai per schiamazzi notturni o per far piangere qualche derubato. Questi signori obbligati a multarci (eppure rispettiamo rigorosamente i 30Km/h) già tristi per il loro stipendio (che invece di seguire l'inflazione cala) e senza mezzi e divise opportune si ritrovano a perseguitare i4zampe che con la pensione del pensionato faticano a raggiungere il fine mese e non hanno avvocati d'ufficio per difendersi. Unica consolazione: non c'è indulto per le nostre infrazioni: SOLDI SUBITO NELLE CASSE DEL COMUNE...E NEL DARE UNA CAREZZA AD UNO DEI SUOI 4ZAMPE PENSI A CHI NON HA UN GIARDINO DI PROPRIET€ E A QUANTO SAREBBE BRUTTO SPORCARSI L'IMMAGINE PER NON AVERCI ASCOLTATO: NON C'È SACCHETTO E PALETTA PER CI! GRAZIE ANCHE DA PARTE DI CHI CI AMA LIBERI. TILLIE PICE'

11/08/2008

se non ci fosse chi si fa in 4 per non spezzarsi in 2

Si è fatto processare per processare, intercettare per intercettare, trasferire per trasferire: alla fine qualcosa emerge!

GRAZIE 

I 33 destinatari dell'avviso di conclusione delle indagini, cui sono contestati complessivamente trenta capi di imputazione, sono: Vincenzo Tufano, procuratore generale presso la Corte di appello di Potenza; Gaetano Bonomi, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Potenza; Felicia Genovese, già sostituto procuratore presso la Dda di Potenza, ora giudice del Tribunale di Roma; Michele Cannizzaro, marito della Genovese, già direttore generale dell'Azienda ospedaliera San Carlo di Potenza; Giuseppe Chieco, procuratore della Repubblica di Matera; Iside Granese, già presidente del tribunale di Matera; Attilio Caruso, già presidente della Banca popolare del Materano; Emilio Nicola Buccico, avvocato, già componente del Csm, attuale sindaco di Matera; Pietro Gentili, colonnello dei carabinieri, già responsabile della sezione di Pg dei carabinieri di Potenza, oggi consigliere di amministrazione di Marinagri; Vincenzo Vitale e Marco Vitale, titolari della struttura turistica Marinagri di Policoro; Filippo Bubbico, parlamentare, già presidente della Regione Basilicata; Arnaldo Mariotti, segretario particolare di Bubbico; Massimo Goti, in qualità di direttore generale del ministero dello Sviluppo economico; Vincenzo Barbieri, magistrato, oggi procuratore capo alla Procura di Avezzano; Luisa Fasano, dirigente della squadra Mobile di Potenza; Giuseppe Labriola, presidente del Consiglio dell'ordine degli avvocati di Matera; Vito De Filippo, presidente della Giunta regionale della Basilicata; Elisabetta Spitz, moglie di Marco Follini, dirigente generale dell'Agenzia del demanio di Roma; Nicolino Lopatriello, sindaco del Comune di Policoro; Nicola Montesano, presidente pro tempore del Consiglio comunale di Policoro; Felice Viceconte, dirigente del settore urbanistica del Comune di Policoro; Giuseppe Pepe, dirigente dell'Agenzia del demanio di Matera; Michele Vita, segretario generale dell'Autorità di bacino regionale della Basilicata; Claudia De Luca, sostituto procuratore presso il Tribunale di Potenza; Daniele Cenci, già giudice del Tribunale di Potenza; Vito Santarsiero, sindaco di Potenza; Vincenzo Mauro, già questore di Potenza; Biagio Costanzo, cancelliere al Tribunale di Lagonegro; Massimo Cetola, generale dell'Arma dei carabinieri; Emanuele Garelli, generale dell'Arma dei carabinieri; Nicola Improta, colonnello dell'Arma dei carabinieri; Pietro Giuseppe Polignano, tenente colonnello dell'Arma dei carabinieri.

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DE MAGISTRIS: PUNITO PERCHE' HO FATTO IL MIO DOVERE.       

 

di Redazione    

 

martedì 15 luglio 2008 

 

(ANSA) - CATANZARO, 14 LUG - Luigi De Magistris dovrà lasciare Catanzaro ed il suo posto di pubblico ministero. A mettere la parola fine su una vicenda che si trascina da mesi sono state le Sezioni Unite della Cassazione. I giudici hanno dichiarato inammissibili, perchè presentati fuori dai termini, i ricorsi di De Magistris e dal ministero della Giustizia, rendendo esecutiva la sentenza della Sezione disciplinare del Csm che aveva deciso, a gennaio, la sanzione della censura ed il trasferimento di sede e di funzioni per il magistrato. Trasferimento che, con ogni probabilità, avverrà concretamente a settembre. De Magistris ha voluto riflettere un pò prima di parlare, poi nel pomeriggio ha commentato con l'ANSA la vicenda: «sono orgoglioso e fiero di appartenere a quella magistratura che viene punita perchè fa il proprio dovere e porta ossequio alla costituzione repubblicana». A suo avviso, dichiarando l'inammissibilità dei ricorsi, la Cassazione non è voluta entrare nel merito di una vicenda «che pretendeva, per chi ha a cuore la giustizia, ben altro intervento giudiziario». Il magistrato ha usato anche il sarcasmo: «spero di potere ottenere copia del provvedimento in modo da incorniciarlo nel mio ufficio insieme alla sentenza del Csm, in modo da spiegare a tutti quelli che me lo chiederanno che esistono due magistrature: una che lavora con sacrificio ed abnegazione, che pratica l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge e che non piega la schiena di fronte a niente; un'altra che punisce proprio quei magistrati che individuano le deviazioni criminali all'interno delle istituzioni, magistratura compresa, e che pagano un prezzo proprio per questo». Ma non è stato sarcastico, De Magistris, quando ha ribadito la sua determinazione, la sua volontà ed il suo coraggio «nel continuare a lavorare, anche da giudice, e nel contribuire ad individuare le collusioni, soprattutto interne alla magistratura, che contribuiscono, in Calabria e non solo, a consolidare le deviazioni criminali interne alle istituzioni costituendo, altresì, linfa fondamentale per la criminalità organizzata dei cosiddetti colletti bianchi». De Magistris ha bollato il processo disciplinare a suo carico come «un pessimo episodio per le sorti dell'indipendenza e l'autonomia della magistratura», ma nonostante questo si è detto ottimista, convinto che «verità e giustizia verranno affermate anche se il costo di esse sarà per me molto alto». «Sono vicino - ha concluso De Magistris - a tutti coloro che ogni giorno in Calabria lottano per i diritti e la legalità e li invito a non mollare mai e a contrastate con le regole dello stato di diritto la criminalità di ogni tipo che soffoca una così bella regione».  (ANSA)